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Compro oro, gli avamposti della criminalità organizzata
Alessandro Sarcinelli - Non sono una risposta alla crisi: i compro oro
nascono, molto spesso, ad uso e consumo della criminalità organizzata.
Le attività? Riciclaggio di denaro sporco, ricettazione, usura. In mezzo
a questo fenomeno, soprattutto a Milano e in Lombardia –dove sono
fioriti come funghi – la politica tace e resta immobile.
Gennaio
2013, Milano. Tre negozi nello stesso isolato aperti negli ultimi mesi,
vetrine oscurate e pubblicità martellanti. A Milano come nel resto
d’Italia, il fenomeno è talmente sfuggito di mano che non esistono
statistiche aggiornate sul numero effettivo di compro-oro, ma secondo
l’Aira (Assocazione Italiana Responsabili Antiriciclaggio) sono oltre
30000 sparsi in tutta la penisola e fatturano 14 miliardi euro all’anno,
l’equivalente di una finanziaria.
“Effetto della crisi, si
vendono i gioielli di famiglia per pagare l’Imu e le bollette” hanno
ipotizzato alcuni quotidiani. «Niente di più falso – dichiara Ranieri
Razzante, consulente della Commissione Parlamentare Antimafia – La
percentuale di persone in difficoltà economica che si recano in questi
negozi è assolutamente irrilevante». Che l’offerta di compro-oro sia
sproporzionata rispetto alla domanda è evidente; centinaia di questi
esercizi rimangono deserti anche per giorni interi. Dietro la
proliferazione di queste attività c’è molto altro che non il semplice
commercio di metalli preziosi.
Ricettazione, riciclaggio di
denaro sporco, usura ed evasione fiscale: sono questi i reati più
contestati. Secondo le recenti indagini della Guardia di Finanza
l’attività illecita è imputabile al 60% dei compro-oro e di questi il
20% è gestito direttamente dalla criminalità organizzata; a favorirne la
crescita ci sono meccanismi relativamente semplici che sfruttano la
totale assenza di un quadro normativo.
In primo luogo sempre
più spesso scippatori e ladri d’appartamento si liberano della refurtiva
rivendendola immediatamente a quegli esercizi che non richiedono una
dichiarazione sulla provenienza dell’oggetto, non obbligatoria per
legge. I pedinamenti e le intercettazioni ambientali delle forze
dell’ordine hanno sgominato intere bande che si avvalevano di questo
sistema; addirittura molte persone hanno ritrovato i loro preziosi
rubati presso i negozi.
Se invece si tratta di criminalità
organizzata, i compro-oro vengono usati per liberarsi del denaro sporco:
il cliente viene pagato con il contante guadagnato con lo spaccio di
droga e lo sfruttamento della prostituzione. I clan inoltre si
arricchiscono concedendo prestiti a tasso d’usura in cambio dell’impegno
temporaneo di oggetti preziosi. Infine non dichiarano il passaggio
dell’oro alla fonderia, eludendo il fisco e facendo così concorrenza
sleale agli operatori onesti.
Tuttavia l’assenza di
tracciabilità non è l’unico vantaggio per la criminalità; il problema
maggiore è la facilità con cui si aprono gli esercizi: è sufficiente
affittare un locale di 10 metri quadri e in 24 ore si è già operativi. A
ciò si aggiungono passaggi di proprietà troppo repentini per non
destare sospetti: in media ogni 2-3 mesi cambia la gestione.
A
completare il quadro di attività illecite sono i continui tentativi di
truffa ai danni della clientela tramite bilance truccate: la valutazione
di una catenina d’oro può variare tra i 375 e i 530 euro, nello stesso
giorno e nello stesso quartiere, a seconda dal grado di onestà
dell’esercente.
«Per peso demografico, Pil e immigrazione
clandestina, la Lombardia, Milano in particolare, ha una sorta di
attrazione magnetica per la criminalità organizzata», spiega Patrizio
Locatelli, coordinatore di Anopo (Associazione Nazionale Operatori
Professionali Oro). Così anche nella regione più ricca d’Italia, i clan
non si sono lasciati sfuggire il business dell’oro. A documentarlo è un
dossier realizzato in collaborazione tra Aira e Anopo.
Per
ottenere una mappatura completa di tutti gli esercizi sul territorio
sono state incrociate due ricerche: una tramite i canali ufficiali
(Pagine Gialle e Banca Dati Cerved) e l’altra tramite una osservazione
sul campo e Google. Dall’indagine emerge un’incoerenza totale tra i
risultati ottenuti: secondo i canali ufficiali gli esercizi aperti sono
453, ma nella realtà se ne contano oltre 7000.
Razzante punta
il dito contro le amministrazioni locali: «Non c’è stata nessuna
reazione né della giunta Pisapia né dalla giunta Formigoni». David
Gentili, presidente della Commissione Antimafia del Comune di Milano,
ammette le responsabilità: «Abbiamo sottovalutato il problema e ora
siamo in ritardo di parecchi mesi». Tuttavia qualcosa inizia a muoversi e
in febbraio lo stesso Gentili incontrerà i vertici di ANOPO per
pianificare una strategia.
Ma se la politica locale latita,
anche a livello nazionale il fenomeno è completamente ignorato. L’unico
atto ufficiale sul tema è una proposta di legge dell’onorevole Mattesini
(PD) risalente al 31 ottobre scorso, e attualmente a prendere polvere
nei cassetti della Commissione Antimafia.
Così nella lotta
contro illegalità rimangono le forze dell’ordine e la magistratura.
«Sono il nostro unico baluardo. Combattono quotidianamente le
infiltrazioni mafiose nell’indifferenza generale- attacca Razzante – e
questo lo trovo scandaloso».
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